Per anni il capitale circolante è stato trattato come un tema “di tesoreria”: incassi, scadenze, tensioni di cassa da gestire mese per mese. Oggi è diverso. In un’economia europea fatta di filiere lunghe, margini sotto pressione e volatilità macro, la gestione del credito commerciale sta tornando ad essere una variabile strategica: incide sulla resilienza finanziaria, sulla capacità di investire e, in ultima analisi, sulla competitività.
È il punto centrale anche dell’analisi di Nicoletta Burini (Direttore di Assifact) pubblicata su AziendaBanca: definire il factoring come “mero finanziamento” o prodotto di nicchia è riduttivo. Il factoring agisce su una componente strutturale dei bilanci aziendali, e quindi sulla struttura industriale del Paese.
Il credito commerciale è capitale “immobilizzato” nei bilanci
Un dato spesso sottovalutato chiarisce tutto: nelle imprese industriali e manifatturiere, i crediti commerciali possono rappresentare fino al 30–35% dell’attivo.
Quando una voce così rilevante del bilancio è “bloccata” in attesa di incasso, il tema non è solo la liquidità di breve: è l’efficienza complessiva dell’impresa.
Ottimizzare la gestione dei crediti significa:
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rafforzare il capitale circolante e la prevedibilità dei flussi di cassa;
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ridurre la dipendenza da forme di debito bancario di breve termine;
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liberare risorse per investimenti, occupazione e continuità produttiva.
In questo senso, trasformare crediti in liquidità non è un “tappo” temporaneo: è un modo per rendere più robusta la macchina aziendale.
I numeri raccontano un mercato ormai mainstream e anticiclico
Il factoring in Italia è già una “infrastruttura” utilizzata su larga scala.
Assifact evidenzia che:
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le imprese utilizzatrici sono oltre 32.000 (prevalentemente PMI);
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nel 2024 il turnover ha superato 290 miliardi, circa il 13% del PIL;
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il mercato ha margini di ulteriore crescita.
Sul 2025, i dati preliminari di chiusura indicano un turnover cumulativo di 289,1 miliardi di euro, in crescita +3,83% rispetto al 2024, con un dicembre particolarmente positivo.
E guardando al “polso” del mercato durante l’anno (CrediFact / Osservatorio credito commerciale e factoring): nei primi 10 mesi del 2025 il volume d’affari cumulativo è stato 228,65 miliardi (+3,68% a/a al netto delle operazioni sui crediti fiscali legati ai bonus edilizi) e lo stock di anticipi e corrispettivi erogati ha raggiunto 46,10 miliardi (+6,19% a/a).
Questa traiettoria è coerente con un’altra caratteristica chiave richiamata spesso dagli operatori: il factoring tende ad essere anticiclico, perché sostiene il capitale circolante proprio quando la congiuntura si fa più complessa.
Il contesto creditizio: domanda di prestiti in aumento, selettività che non scompare
Il quadro è ulteriormente confermato dall’ultima Bank Lending Survey di Banca d’Italia (3 febbraio 2026). Nel 4° trimestre 2025 i criteri di offerta sui prestiti alle imprese sono rimasti invariati, mentre la domanda di prestiti da parte delle imprese è aumentata lievemente, sostenuta in particolare da esigenze di rifinanziamento del debito, investimenti fissi e operazioni straordinarie; per il trimestre successivo si attende un’ulteriore crescita della domanda.
Tradotto in termini operativi: la necessità di capitale circolante resta alta, mentre il sistema continua ad avere una naturale attenzione al rischio. In questo spazio, soluzioni come il factoring (e, più in generale, gli strumenti di working capital) diventano un pezzo essenziale della cassetta degli attrezzi per la continuità produttiva.
Il caso BFF Bank: quando rischio, regole e tempi di incasso diventano “prezzo di mercato”
L’episodio di BFF Bank (2 febbraio 2026) è un promemoria potente su quanto il credito commerciale — soprattutto verso la PA — sia sensibile a tempi di incasso, incertezza legale e approccio prudenziale.
Dopo l’annuncio di un piano di de-risking, maggiori accantonamenti e un cambio al vertice (deleghe passate a Giuseppe Sica; step-back dell’AD Massimiliano Belingheri), il titolo ha registrato un crollo molto marcato.
Le notizie riportano accantonamenti/provision legati a sentenze sfavorevoli su crediti verso il settore pubblico e un approccio più conservativo sulle tempistiche di incasso (con impatto sulle stime di utile).
Al di là della singola vicenda, la lezione di sistema è chiara: nel factoring, la “qualità” dell’attivo non è fatta solo di debitore e PD. Conta molto anche il quadro regolamentare, la certezza giuridica e la tempistica di incasso.
I limiti normativi che frenano il potenziale: la “call to action” di Assifact
Burini e Assifact mettono il dito su un punto che chi lavora nel credito commerciale conosce bene: il potenziale del factoring può essere più alto, ma viene frenato da rigidità prudenziali, operative e burocratiche, soprattutto nei crediti verso la Pubblica Amministrazione.
Nei propri documenti e comunicati, Assifact richiama misure “a costo zero” (non richiedono risorse pubbliche) che potrebbero liberare capacità di finanziamento per le imprese, agendo su cinque direttrici:
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regole di vigilanza più aderenti alla realtà del credito commerciale;
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proporzionalità prudenziale;
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maggiore certezza giuridica in caso di crisi d’impresa;
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libera circolazione dei crediti (superamento di clausole anti-cessione);
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semplificazione e digitalizzazione dei processi verso la PA.
È un messaggio importante: se il credito commerciale è una componente strutturale dei bilanci, allora anche le regole dovrebbero essere disegnate per evitare effetti distorsivi, soprattutto quando il “ritardo” è amministrativo e non economico.
Dal “prodotto” all’infrastruttura: dove sta andando il working capital
Il punto di svolta, oggi, è concettuale prima ancora che tecnologico: non vince lo strumento singolo, vince l’architettura.
Le imprese stanno passando da una logica reattiva (“mi serve liquidità quando sono in tensione”) a una logica più progettuale (“disegno il capitale circolante come una supply chain finanziaria”). In pratica, significa integrare strumenti diversi — factoring, supply chain finance, assicurazione del credito, soluzioni digitali — in modo coerente con i flussi reali: ordini, fatture, pagamenti.
In questo scenario, piattaforme e operatori che riescono a:
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ridurre attriti operativi,
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dare trasparenza e controllo,
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misurare e distribuire il rischio in modo efficiente,
non stanno semplicemente “facendo credito”: stanno contribuendo a costruire una nuova infrastruttura di liquidità per l’economia reale.
Conclusione: competitività = gestione intelligente del credito commerciale
Se i crediti commerciali valgono fino a un terzo dell’attivo per molte imprese, la loro gestione non può restare una nota a piè pagina.
È una leva concreta per:
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pianificazione finanziaria più stabile,
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minore stress sul breve termine,
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maggiore capacità di investimento e crescita.
I dati di mercato (Assifact / CrediFact) confermano un settore solido e in espansione; il contesto creditizio (Banca d’Italia) evidenzia domanda e bisogni reali; casi come BFF ricordano quanto contino regole, tempi e certezza del quadro.
La direzione è chiara: il capitale circolante non è più solo una variabile finanziaria. È, sempre di più, una dimensione competitiva.
